Debuggare se stessi è più difficile che debuggare il codice.

Solitamente, quando c'è un problema con il codice, seguiamo un metodo:
- proviamo a riprodurre il bug
- aggiungiamo log
- mettiamo un breakpoint
- osserviamo cosa succede
Oppure, se non ne veniamo fuori, interroghiamo l'AI. :)

In ogni caso, un metodo esiste.

Cosa succede invece quando il codice siamo noi?

Quando ci troviamo in situazioni dove abbiamo una decisione da prendere, ci sentiamo poco centrati, magari bloccati, mentre di fianco a noi un mondo digitale corre forte ed è “always on”.
Lì il metodo a volte sparisce.

Andiamo avanti lo stesso, tappandoci un po' occhi, naso, orecchie, bocca a volte, dipende dal caso, aumentando e prolungando lo sforzo.

Quello che manca in questi casi, è un sistema di debug per se stessi.
Questo è il tipo di lavoro che faccio: creo uno spazio strutturato e sicuro, un “breakpoint” di confronto e riflessione che consente di vedere i propri log in maniera più chiara, e fa emergere prospettive che prima non erano accessibili.

Se leggendo ti riconosci in almeno una di queste situazioni, e sei curioso di capire cosa succede quando sperimenti il coaching come tool di debugging, fammi un ping.

PS. A proposito di AI, negli ultimi anni abbiamo iniziato ad usare sistemi generativi, sistemi potenti in grado di produrre output incredibili, ma solo se il prompt è di qualità.
Con il coaching accade qualcosa di simile: una sessione di coaching è uno spazio generativo, nel quale assieme andiamo a costruire prompt efficaci e precisi, generando nuove prospettive e consapevolezze che porterai con te nel quotidiano, in maniera molto concreta.

Ma questa metafora merita un post ad hoc.

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